Aldo Cerroni

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Archivio per Gennaio, 2010

(ANSA) – ROMA, 29 GEN – ‘Non vogliamo fare un piccolo partito in piu’, non e’ nostra intenzione. Vogliamo dare il via a una formazione che al centro riporti equilibrio nel Paese’.
Lo ha detto il leader dell’Api, Francesco Rutelli, nel suo intervento questa mattina a ‘La telefonata’.
Tornando sul suo addio al Pd l’ex sindaco di Roma ha sottolineato che ‘in Italia avere passione politica significa battersi per le cose importanti: lavoro, imprese, famiglia. Ma non bisogna farlo ne’ con toni gridati da una parte, ne’ su posizioni condizionate dagli estremismi dall’altra’.
‘Sia a sinistra che a destra – ha detto – c’e’ un impatto eccessivo delle forze massimaliste. Ci vuole piu’ equilibrio; per questo critico il bipolarismo e soprattutto il fatto che a sinistra il Pd, nato per creare un nuovo pensiero di fronte ai problemi del Paese, e’ tornato ad essere quello che era prima il Pds’.
Infine un passaggio sul ‘grande centro’. ‘Vorremmo farlo – dice Rutelli – con tutte le persone di buona volonta’, per riportare al centro la politica oggi dominata a destra da leghismo e a sinistra dal dipietrismo giustizialista’.

Ad maiora

API Lazio

26 Gennaio 2010
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Domenica scorsa è stato presentato a Roma  il Comitato promotore regionale del Lazio di Alleanza per l’Italia.

Ne do conto in queste pagine, augurando ai nostri coordinatori un buon lavoro.

Comitato Promotore Regionale Lazio

 
Luca Danese – coordinatore
 
Sandro Battisti – portavoce
 
Mino Dinoi – responsabile organizzativo ed elettorale
 
Componenti: Francesco Rutelli, Linda Lanzillotta, Massimo Andolfi, Mariano Angioletti, Rapisardi Antinucci, Gianfranco Bafundi, Federico Bertucci, Wanda Ciaraldi, Cristina De Luca, Francesca Elia, Gian Maria Fara, Bianco Fazio, Caterina Flick, Alberto Gambino, Roberto Guida, Guido Improta, Filippo Lippiello, Fulvio Lucisano, Mariapia Marchetti, Mauro Mattucci, Claudio Minelli, Luciano Nobili, Bruno Ovoli, Pierpaolo Pinacoli, Massimiliano Pronio

Torno a scrivere dopo molto tempo, a causa di un brutto incidente, occorsomi in scooter mentre andavo a Roma a lavoro… torno riallacciando il mio dialogo con voi, assidui lettori,  facendo riferimento al Decennale della felice intuizione, che portò, nel 2000, all’istituzione del “Giorno della memoria” della più triste abiezione umana rappresentata dall’Olocausto degli Ebrei, la Shoah.

Evito considerazioni personali, sempre inadeguate rispetto all’immane tragedia e rimetto a voi un brano, tratto da un libro di ricordi e testimonianze del 1998 di Mario Tagliacozzo Metà della vita. Ricordi della campagna razziale 1938-1944
Milano  Baldini & Castoldi 

 ”Carlo, che aveva visto giusto sin dal principio, continuava a farci i suoi discorsi profetici, mentre Renzo veniva di lì a poco colpito da una prima disposizione. Non uscì alcun decreto, ma una semplice circolare che proibì l’esecuzione alla radio delle musiche degli ebrei. Renzo aveva vinto pochi giorni prima un concorso per delle cantiche militari: ebbe appena la soddisfazione di vedersi dichiarato vincitore e subito vide spezzata la sua carriera perché successivamente lo stesso provvedimento fu esteso anche ai concerti.

In aprile, quando ancora perduravano le malattie familiari, avemmo finalmente il piacere di vedere sistemata a giardino la piazza davanti alla nostra casa che, quando eravamo venuti nel quartiere, era ancora un informe cumulo di macerie e di polvere, che diveniva fango nelle giornate di pioggia. Fu finalmente livellata la piazza, furono costruiti i marciapiedi, mentre una vasta rotonda centrale veniva adattata a giardino con alberi, aiuole e panchine.

In maggio poi tutta Roma era festante per il prossimo arrivo di Hitler; si ripuliva e si abbelliva, mentre le strade si arricchivano di festoni, di bandiere, di luminarie, di fontane luminose, si montavano impalcature, si imbiancavano facciate. Tutta la città era in festa e si preparava al grande avvenimento. Furono giornate di confusione, di riviste, di spettacoli all’aperto e di movimento continuo, mentre il lavoro si arrestava.

L’amicizia tra Italia e Germania si cementava sempre più e noi non potevamo gioirne, perché prevedevamo che da questa situazione a noi non poteva venire del bene.

In luglio una prima pubblica manifestazione apparve sui giornali ad opera di un gruppo di professori universitari e di intellettuali e fu poi ricordato come “il manifesto della razza”. Era un primo segno dei tempi e ne restammo sbalorditi. In quello stesso periodo fu pubblicato il primo numero di una rivista che affrontò il problema razziale, mentre Interlandi sul “Tevere” cominciava più violenta la sua campagna contro gli ebrei. A mezzogiorno il marciapiedi davanti al caffè Aragno e la piazza San Silvestro erano invasi da strilloni che offrivano il giornale con il velenoso articolo della giornata. Ricordo benissimo quel mese di luglio 1938: i miei erano in campagna in Ancona e così pure era fuori la famiglia Massarani. Ci incontrammo con Renzo ogni giorno per far colazione insieme alla Campana o alla Barchetta e spesso finivamo per mandar giù dei bocconi assai amari, quando, mentre ci sedevamo a tavola, ci venivano a porre sotto il naso l’articolo di Telesio Interlandi.

Passava il tempo. Virgola insisteva perché mi occupassi della villeggiatura, ma ero quanto mai perplesso e non sapevo cosa fare, sembrandomi inopportuno il muoversi da Roma. Si temeva che qualcosa potesse succedere da un momento all’altro, come molti dicevano, ed allora non sarebbe stato bene il trovarsi lontani da casa, in un paese sconosciuto e in un ambiente forse ostile. Altri consigliavano invece di muoversi per godere di una villeggiatura che non avrebbe potuto farci che bene, specie in un momento in cui il futuro ci era quanto mai ignoto e oscuro.

Vito, proprio in quel periodo, per l’impresa per la quale lavorava, aveva vinto il concorso per un ponte sul Tevere. Ebbe appena la gioia di vedersi dichiarato vincitore pubblicamente perché in seguito non ebbe nessun beneficio dal suo brillante risultato. L’impresa trasse profitto dalla situazione che si era creata in seguito alla campagna razziale e Vito non ebbe alcuna possibilità di farsi sentire e non figurò in modo alcuno come progettista.”

Il PM Filippo Guerra ha chiesto 16 anni –  in conseguenza del rito scelto, l’abbreviato, che prevede uno sconto di un terzo della pena – per i quattro stupratori che la notte del 21 Gennaio 2009 violentarono a turno una ragazza appartata col suo fidanzatino dopo aver chiuso lui nel bagagliaio della vettura.

La stessa pena era stata chiesta per i violentatori della Caffarella. I giovani e i loro avvocati per nulla persuasi dal pentimento dei romeni motivato - a loro avviso - solo dalla paura, chiedono una pena più alta, esemplare

Il GUP conferma la richiesta e infligge i 16 anni!

Staremo a vedere!

Nasco nell’idea, formata negli anni, che le catogorie concettuali, intese come semplificazione a fini conoscitivi della realtà, ancor prima che ambito filosofico, siano utili strumenti per l’uomo, interprete della realtà, per conoscere il mondo e ciò che più genericamente è altro da sè.

Come tutti gli strumenti, i mezzi, tali categorie devono servire e non cristallizzarsi, divenire ideologie. Per loro natura debbono essere strumenti duttili, malleabili per conoscere il reale e non devono esse stesse essere fraintese come il reale cristallizato.

L’uomo uguale a se stesso, cambia in ambiti temporali ridotti, così cambia il reale e così dovrebbero cambiare gli strumenti, i mezzi, le categorie per leggere la realtà.

Di questo le ideologie, specie le più forti non se ne accorgono! E’ quello che, ahimè, accade alla Sinistra italiana in crisi, perchè incapace, su un tema ad esempio come quello del multiculturalismo, di dare risposte adeguate, quasi che, modificare gli strumenti, sia abiura verso un passato ideologico, che allora tanto passato non è.

Si vive un nostalgico passato in cui, dietro il paravento di una sedicente superiorità culturale, posizioni semplici e adeguate come quella del politologo fiorentino Giovanni Sartori e di Francesco Rutelli sul multiculturalismo vengono lette come apostasia rispetto… rispetto ad una weltashaung forgiata su realtà e problematiche passate profondamente diverse.

Mi sembra invece che Rutelli e Sartori sul concetto di multiculturalismo abbiano idee chiare e, direi, di buonsenso.

Secondo Zygmunt Baumann, sociologo polacco “il multiculturalismo “farà il gioco della globalizzazione priva di freni politici”. “Le forze globalizzatrici hanno mano libera con tutte le loro devastanti conseguenze, di cui la più diffusa è la montante ineguaglianza intersociale e intrasociale.”

Ritiene ancora che Il nuovo culturalismo [multiculturalismo], al pari del vecchio razzismo, mira a placare gli scrupoli morali e a interpretare la realtà dell’ineguaglianza tra uomini o come una condizione che travalica la capacità d’intervento umana (nel caso del razzismo) o come uno stato di cose in cui gli esseri umani non dovrebbero intervenire”.

Per entrambe le posizioni, si tratta di accettare l’ineguaglianza: nella precedente formula razzista l’accettazione del “diverso” era mirata a modificare e selezionare l’uomo secondo il criterio dell’«ordine sociale perfetto» eliminando e scartando le razze e culture inferiori incapaci di riprodurre standard umani decenti.

Nella nuova formula multiculturalista, sempre secondo Bauman invece, questa accettazione è mirata a trovare “forme di coabitazione soddisfacenti o quanto meno accettabili: se non appare possibile alcuna revisione dell’ordinamento sociale […] allora appare logico che chiunque abbia diritto di cercare il proprio posto nel fluido ordine della realtà e di accettare le conseguenze di tale scelta”.

Giovanni Sartori. Nel suo saggio sulla società multietnica (’Pluralismo, Multiculturalismo ed estranei’) sostiene una forte distinzione tra il pluralismo dei valori ed il multiculturalismo. Il primo, inteso come valore fondato in primis sulla tolleranza, garantisce la coesistenza pacifica e democratica di ambiti socio-culturali differenti; il secondo, visto come una commistione caotica di valori e culture dissenzienti.

Sartori ritiene, giustamente, a mio avviso, che l’Islam sia una religione fideista e lo stesso ritiene Rutelli laddove afferma, nell’intervesta sul giornale del 06.01.2010, che “la cultura prevalente in Islam non è laica”. e su questa idea si dice contrario al multiculturalismo.

La cittadinanza dice Rutelli non è un punto d’arrivo, ma semmai un punto di partenza legale per nuovi diritti e doveri personali e, pertanto, propone un percorso, funzionale all’ottenimento della cittadinanza del tipo della patente a punti.

Mi sembra un idea elegante, moderata e lungimirante contro la xenofobia di certa destra e della Lega e la inadeguatezza delle opzioni a sinistra, inadeguate perché preconcette e legate ad un mondo che non c’è più.

Ad maiora e buon 2010 a tutti.

 Triste, ma assolutamente realistico! (Sic!)

La repubblica 3.01.2010